Rimini, secolo XVII: Alessandro Gambalunga

Alessandro Gambalunga (14 marzo 1564-12 agosto 1619) è, per molte ragioni, un uomo dalla personalità singolare e – in rapporto ai tempi e all’ambiente – quasi eccentrica. Innanzi tutto, pur disponendo di un solidissimo patrimonio e di un fresco quanto dubbio titolo nobiliare, tiene a fregiarsi di un regolare cursus studiorum, laureandosi (a Bologna, nel 1583) in diritto canonico e civile: titolo che esibirà orgogliosamente anche sulle legature dei propri libri. Si costruisce inoltre, con un impegno economico e organizzativo nient’affatto comune, una biblioteca personale che ammonta, alla sua morte, a circa duemila opere e che, per consistenza e pregio, non ha precedenti locali lontanamente comparabili. Non solo, ma la scelta dei libri sembra obbedire, oltre che ai gusti e agli interessi di un uomo colto e intellettualmente curioso qual è Gambalunga, al proposito d’un uso non esclusivamente privato della raccolta: della quale, in effetti, incoraggia liberalmente la consultazione. Oltre ai testi di diritto – disciplina che Gambalunga continuerà a coltivare, pur non facendone mai una professione – troviamo i classici greci e latini (con una particolare predilezione per Cicerone), i buoni autori italiani da Petrarca a Tasso, i trattati di grammatica, poetica e retorica, gli storici antichi e moderni, le relazioni dei viaggiatori, i testi scientifici, soprattutto di medicina e astronomia, i manuali di teologia e devozione, svariati componimenti d’occasione.

Con il testamento dettato due anni prima della morte, Gambalunga dispone infine che la raccolta non vada dispersa, ma ulteriormente accresciuta, e che qualsiasi cittadino possa servirsene. Il documento ne regola puntigliosamente l’uso pubblico, la dota di trecento scudi annui per l’incremento e la legatura dei libri, e prescrive che un bibliotecario, la cui nomina è demandata all’«Illustrissimo Magistrato di Rimino», sia responsabile della scelta dei libri e della gestione della biblioteca, assicurando la sua apertura quotidiana e fornendo adeguata assistenza a chi venga a consultarla. In forza del testamento, il comune di Rimini, al termine di un lungo contenzioso, erediterà, oltre alla biblioteca e al lascito, anche il grande palazzo eretto da Gambalunga nella centrale via del Rigagnolo della Fontana.

Nel 1660 il Governatore di Rimini, il bolognese Angelo Ranuzzi, ritrae il patriziato riminese come un ceto insieme tronfio e spiantato che «si priva talvolta de’ propri stabili» e non si preoccupa di «avere le borse essauste di denari» pur di ostentare uno sfarzo che è tutto apparenza. Questa descrizione ci consente di misurare la distanza fra un uomo come Alessandro Gambalunga , altrettanto ricco che colto, lungimirante e orgoglioso, e quella nobiltà locale con cui, per le modeste origini della sua famiglia, non poté e non volle mai integrarsi.

 

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