Comune di Rimini - Biblioteca Gambalunga

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GIUSEPPE BONURA

Scrittore, artista, critico militante
in occasione del primo anniversario dalla scomparsa
Martedì 14 luglio alle ore 21 presso il Chiostro della Biblioteca Gambalunga

Barca Bonura

Martedì 14 luglio alle ore 21 presso il Chiostro della Biblioteca Gambalunga (in caso di maltempo Sala della Cineteca) avrà luogo la serata dedicata al ricordo di Giuseppe Bonura, il giornalista critico letterario legato a Rimini per un'intensa, se pure breve, esperienza politica e culturale, vissuta fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta. Protagonisti della conversazione saranno gli amici riminesi Vittorio D'Augusta (pittore), Mario Guaraldi (editore), Piero Meldini (scrittore e saggista) e Cesare Padovani (scrittore e saggista), con lui partecipi di quella stagione di politica e cultura che anticipò di alcuni anni il Sessantotto, e Maurizio Cecchetti, il collega giornalista dell' "Avvenire", editore e critico d'arte, che si confronteranno, fra ricordi e riflessioni, sull'esercizio della critica, sullo scrivere e pubblicare libri, vale a dire sull'essere protagonisti e promotori di arte e cultura.

Giuseppe Bonura (Fano, 25 dicembre 1933 - Milano, 14 luglio 2008), che era giunto a Rimini per seguire il padre, compì qui il suo esordio professionale (collaborò alla pagina riminese del "Resto del Carlino") e intellettuale (diresse una libreria aperta da un bagnino!). Proprio la libreria divenne il luogo d'incontro di un gruppo di amici, poco più giovani di lui, che già dipingevano, scrivevano, recitavano, fondavano giornaletti, organizzavano conferenze e mostre (Piero Meldini, Mario Guaraldi, Vittorio D'Augusta, Cesare Padovani, Maurizio Balena, Paolo Graziosi, ecc.). Con una parte di loro e con altri fondò nel 1962 il Circolo Gobetti, il cui comune denominatore doveva essere l'antifascismo, l'appartenenza alla sinistra e l'interesse prevalente per le attività culturali.

Politica, arte, letteratura e amori facevano un tutt'uno, ha raccontato lo stesso Bonura, ricordando le serate musicali con i "cantautori del popolo", i personaggi famosi della cultura e della politica che vi tenevano conferenze e dibattiti, i sogni di una rivoluzione mai incontrata.
Bonura in realtà era già partito per Milano nel 1961, per inseguire l'avventura del giornalismo, che gli apparve la professione più affine alle sue inclinazioni letterarie; quindi l'approdo a "L'Avvenire", una scelta che per lui, "cristiano con una visione socialista della società", significò sentirsi un intruso, essere sempre sotto o sopra le righe.
"Dove andava scritto speranza, mettevo utopia. Dove andava scritto Spirito Santo, mettevo trascendenza. Dove andava scritto peccato, mettevo colpa", ha scritto nel suo romanzo autobiografico Le radici del tempo (Avagliano, 2008). L'esercizio della critica letteraria fu la soluzione ai difficili compromessi che si era imposto. "La letteratura
d'invenzione, pensavo e penso, deve essere accompagnata, anzi fiancheggiata da una critica militante. Uno scrittore che non fosse anche un critico mi sembrava una figura ottocentesca, patetica, inerte [...]. I libri che leggevo mi ispiravano condizioni morali ed estetiche, stati d'animo, pensieri, idee, che trasferivo in articoli [...]. Ero severo, mai però freddo. Se mi entusiasmavo, manifestavo il mio entusiasmo. Se avevo dubbi li formulavo". Parole che hanno il sapore di un rigore e una passione che non risparmiò alla sua pittura e alla sua scrittura. "Un'utopia? E sia".

 

Ingresso libero Per informazioni: 0541.704486